Oggi è primavera

Quest’area di primavera che accarezza il mondo rende tutto più chiaro. E’ arrivata senza dire niente, dalle fessure delle finestre nelle mattine di fine febbraio, nel tiepido benessere dei cappotti di colpo ingombranti. Neanche te ne sei resa conto, pensavi che fosse solo un caso e poi non é stato più così. Ogni mattina uno spicchio di sole ha svegliato il tuo giorno, e’ sbucato curioso dopo mesi di intrugli grigiori e da eccezione e’ diventato costanza. Pare abbia bruciato subito insofferenze e rifiuti, distacchi e mancanze. Pare abbia donato il respiro buono, quello che salva. Gli angoli delle strade si sono inventati colori, stupori e morbidezze quasi dimenticate. Come tutte le carezze che aspetti da tempo, i sorrisi agognati, i respiri di sollievo dopo mesi di attese. E questo cielo che oggi troneggia d’azzurro ridona luce ad ogni cosa, abbaglia pure i dubbi e le incertezze di una vita intera. Che alla fine ovunque ti trovi è lui che muove tutto ed ora che esci e non fa più freddo capisci che è solo questione di tempo e tutto passa, tutto arriva. Che il primo giorno di sole é la certezza che ti fa star bene, e sono anni che é li’ a farti compagnia senza che te ne rendi conto. Ora che è primavera e le Colonne di San Lorenzo sono più simili a te di quanto potessi immaginare vedi Milano come si fa bella, con la dolcezza bel tempo e lo sguardo gentile.

Oggi é primavera, l’occasione giusta per ricominciare. Oggi é primavera, spalanca le finestre, inala la vita, ritorna a sognare.

Annunci

57 ore a Parigi

Il tempo del volo é uguale a quello per Palermo. Questo ho pensato nel buio della sera quando le ruote dell’ aeromobile hanno strisciato sul terreno parigino. Ma mentre a Palermo ti accoglie una distesa immensa di mare, con Monte Pellegrino che controlla la città, a Parigi é tutto uno scintillio di luci che sembra non finire mai.

A terra fa abbastanza freddo e di essere qui non ci sembra vero. Abbiano prenotato questo viaggio quando Milano ci sembrava buia, difficile, stretta; gia’ da allora Parigi sbrilluccicava. Ora ci guardiamo negli occhi ridendo, rispondiamo incredule alle domande delle hostess con gli occhi sbarrati come a dire: ci sto andando davvero?

Chissà come sarà, chissà se ne varrà la pena.

Di questa città non conosco niente se non la grandezza del sentito dire. Conosco la Parigi de “I fiori del male”, quella di V. Hugo e di Jean Valjean, quella di Lady Oscar e dei sogni rivoluzionari. Conosco la Francia narrata da Proust e Flobert, quella dipinta da Dalacroix e Van Gogh e vorrei ricordare ogni incanto sospeso di quel narrato per riassaporare cosa mi aspetta. Invece ricordo poco e male, come uno studente svogliato e poco attento.

La prima immagine che ho di Parigi è su Piazza della Repubblica dove la Marianne impugna ramo d’ulivo e tavole di legge. La data della rivoluzione parigina impressa nelle pietre mi scuote di brividi. Qui hanno fatto la storia. Del senso di rivoluzione Parigi fa la sua bandiera, il suo arsenale. La libertà che guida il popolo diventa lo slogan dell’esistenza che merita di essere vissuta per qualcosa in cui si crede davvero.

Arriviamo in hotel troppo tardi per tutto e la notte dormiamo un sonno agitato, smaniante di andare. Alle 6.30 siamo già sveglie. Guardo fuori la finestra ed il sole non è ancora alto. Il centro culturale “Carreau du temple”, che si erge davanti a noi, è avvolto dalla luce chiara del mattino che sta per nascere. Penso che vorrei passare interi pomeriggi lì dentro e guardo quei libri come se potessi sfogliarli tutti da lontano. Poi, nel giro di niente, è già tardi.

Questo assaggio di Parigi vogliamo berlo tutto d’un fiato e ci ubriachiamo in un sogno. Facciamo colazione da Ladurée in pieno stile parigino. Mangiamo due croissant e assaporiamo il gusto del risveglio in una città tutta la scoprire. Poi ci perdiamo per le vie, nel suono, nello sfarzo dei palazzi, nelle bandiere a vento delle istituzioni politiche. Vediamo il Ministero degli Interni, la sede del Presidente della Repubblica, e scendiamo fino a Piazza della Concordia. Sul Ponte della Concordia ammiriamo lo spettacolo di questa città che è culla di ogni male. Dove anche il dolore sembra far bene. Dove la malinconia trova le corde del suo violino, la pazzia la sua legittimazione, il genio la tua dimora. Di Parigi hanno scritto di tutto e ancora non basta. Ogni angolo sembra perfetto per starci a vita, ogni cielo pronto ad accogliere la nostra rivoluzione.

Attraversiamo tutto il centro storico a piedi e non ci stanchiamo mai. Vediamo il Museo degli Invalidi, la tomba di Napoleone, la Torre e le vie, i caffè, i parchi. Assaporiamo lo stile, il gusto, il sole. Poi saliamo a Montmatre, ed é un pizzico di paradiso. Subiamo il fascino che ti conquista all’ istante, senza troppi giri di parole, con un solo sguardo su tutta la citta’. Camminiamo su strade frequentate da artisti che hanno fatto la storia, ci sediamo nei caffè e immaginiamo come poteva essere Parigi a quel tempo. Immaginiamo questi locali pieni di poesia e arte e capisco perché nella vita conta la sostanza. Che il genio non lo puoi costruire, che il fascino non lo puoi attivare, che la magia non ti inganna. Che se Parigi ha accolto tanto splendore di arte di poesia é perché la magia le regna dentro, ed è inutile qualsiasi imitazione.

La sera siamo troppo stanche. Ma neanche il vento fortissimo e la pioggia fastidiosa riescono a dissuaderci dall’idea di vedere Hotel de Ville, Notre Dame ed il palazzo della Prefettura di notte. L’indomani riassaporiamo questi posti con la luce del giorno, poi ci spostiamo nel quartiere latino dove mangiamo ancora, dove ridiamo troppo. Ci sono miliardi di persone in queste piccole vie piene di ristoranti e locali. Vorrei sedermi e restare. Pranziamo davanti alla cattedrale di Notre Dame con i ciliegi in fiore e la libreria storica di Shakespeare a due passi da noi. Poi lungo la Senna arriviamo al Luovre. Ed è qui che capisco che voglio tornare per guardare, riguardare e guardare ancora. Che una volta solo non basta per tutta questa meraviglia, che se l’uomo è così tutto è salvato. E meno male che c è questa piramide illuminata a ricordarci di cosa siamo capaci.

Esco da questo tempio e so finalmente dove tornare. Come una salvezza, come una certezza, come a dire meno male che c è il Louvre.

L’ultima sera la passiamo al quartiere latino. La felicità abita in rue Saint-Andre’ des Arts, in una piccola stradina incastrata tra le altre. Piccola, come se volesse essere cercata, come se volesse capire se la vogliamo davvero. La via è illuminata dalle lucine dei locali che la percorrono e sembra di camminare in un sogno. I localini sono pieni di persone di culture ed origini diverse; tutti che mangiano, bevono, tutti che sorridono alla vita di questo sabato sera. Il locale che ci accoglie ha meno di 10 tavolini, con i quadri che ritraggono scene napoleoniche, costumi dell’ epoca, colori e momenti di un tempo passato che impregna l’aria. Il menù è tipico di portate francesi e, dopo aver scartato l’anatra, scegliamo la fonduta di formaggio. Poi ci pensa il vino a fare il resto. Nel giro di pochi istanti il piatto è vuoto ed un cestino di pane non basta. Ne ordiniamo un altro. Il vino ha un sapore nuovo, dolciastro ed affascinante, come tutto quello che non sai e che non hai visto. Come questa Parigi di sabato sera che Dio da quanti anni la cercavo. Ci facciamo portare altro pane, pane, pane e ancora pane. Il cameriere viene a togliere i piatti e costruiamo attorno a questo cestino barricate di protezione, lo proteggiamo come poche altre cose nella vita. Lo proteggiamo dagli sguardi che vogliono portarlo via, dalla possibilità di cadere, di finire. E poi, tra i riflessi delle luci del locale di fronte, brindiamo a questa città. Ci rinvigoriamo di sorrisi con una serenità quasi dimenticata, con la leggerezza di questo locale raffinato che ci culla e la scoperta di sapori nuovi, con la giacca elegante e il vestito piu’ bello che è una vita che aspettano di stare proprio qui.

Quando usciamo dal locale ci lasciamo trascinare dalla città che, fanculo la cartina, faccia tutto lei stasera. Che perdiamoci e restiamo, che è qui il centro di tutto, con Picalle che ti seduce e il Louvre che ti innamora, dove ti perdi e poi ti ritrovi. Che il senso di tutto sta nelle rivoluzioni che guidano il popolo, nell’arte che sovrasta il mondo, nella poesia che salva l’anima, che tanta bellezza insieme non si è mai vista e ti staluna pure gli occhi.

Un locale fa da muro intorno ai nostri corpi ma con l’anima voliamo sopra questa città, ne cogliamo il pluralismo, la vita, ne sentiamo il vento, la pioggia. La cogliamo senza ombrelli, senza veli. Lasciamo che ci entri dentro.

L’arrivo a Milano è segnato dal sole. La sua assenza a Parigi, per la prima volta nella vita, non ha cambiato il corso delle cose. Perche’ il bello il sole lo esalta, lo fa splendere, ma quando non c’ é esiste lo stesso, e si fa luce da solo.

Parigi è un sogno da vivere con una promessa precisa, quella di ritornare.

Vociare

Quel ronzio incessante mi porta lontano da questo tempo da impiegare con cose da fare, posti da visitare, serate da ballare. Come una liberazione senza trionfo, come una musica senza un ballo.

In questa ricerca incessante di una scoperta che non arriva, stupori mancati, bellezze striate, panorami distorti su un cielo ancora da capire. Che ho capito come vestirmi ma non come guardare. Con questo dire che va bene, che è bello, che funziona, che è diverso. Come a forzare una chiave in una serratura sbagliata. Che la porta si apre ma non si splanaca. Che ti giri e vedi ancora strade di macchine caotizzanti, suoni di clacson ed insulti, e ridi e quasi percepisci l’eco dei vicoli, il vociare di lamento continuo di una città che è perfetta nella sua incompiutezza, bella ad un solo sguardo, con caos ingovernabile e fortune sparse, che sveglia l’alba con la grazia della cala e saluta il giorno con uno sguardo da dietro il Monte.

Che basta uno spicchio di sole e Mondello s’ innalza a reggia del mondo, che ti giri lo vedi ovunque il mare che salva da tutti i tuoi inverni.

Ed io qui a vociare invano mentre aspetto di tornare. E tu lì a splendere d’ eterno anche senza di me.

Bella

Bella
come l’estate che arriva
come la strada libera e la marcia giusta
come la città deserta e l’autostrada di notte

Bella
con le curve ancora da tagliare
con l’identità ancora da scoprire
bella con la sregolatezza del vento sulla pelle
e la raggia del motore che urla

Bella come dire “dai vieni, è ora di andare”

Questa città

Questa città così martoriata e splendente, così intricata e magnificante,che ti possiede e ti delegittima, che ti fa sentire nel posto giusto e poi ti lascia andar via.

Attraversarla per tagliare le sue viscere, per ridarle la rabbia dell’impotenza, la disillusione dei tramonti della speranza, l’incanto fallace che ti strappa con un solo sguardo dal Monte che la governa.

Mentre il freddo scende insieme a te, che tagli le sue curve con i brividi sulla pelle, con un sospiro di sollievo ed un morso di rimpianto, mentre qualcosa di simile alle tua idea di bellezza spiazza l’orizzonte.

Le strade a Milano

“Ma sì, andiamo in macchina, che vuoi che sia, arriviamo alla metro più vicina e posteggiamo lì. Poi prendiamo i mezzi, sono così comodi”.

Ecco, è stato così che abbiamo deciso di andare in macchina a Milano. Il primo venerdì dopo aver salito la macchina da giù. E quando giù è proprio giù, cioè quando giù è proprio Agrigento, il venerdì sera in macchina a Milano diventa la prova della vita.

E’ come se dovessi dimostrare di farcela, di essere integrata, di sapere il percorso migliore, il posteggio più conveniente, la soluzione più comoda. In realtà a me di dimostrare tutto questo fregava davvero poco. Guidare a Milano non era programmato, non ero pronta, ma è capitato. Si dice questo per le grandi storie d’amore, ma non è questo il caso.

L’autostrada è immensa, tre corsie che sembrano non finire mai. Mentre ci avviciniamo alla città guardiamo le insegne dei grandi centri commerciali, un tripudio di luci e addobbi, residui ancora da togliere dopo la fine delle vacanze.

La radio passa una canzone dei Tiromancino e mentre canticchiamo i nostri sguardi si posano sui palazzi che ci scorrono accanto. Io e la mia amica ci guardiamo con espressione mista tra stima e ammirazione e sti cazzi.

Guardo questo un mondo sconosciuto ed affascinante che ci scorre davanti e che non sappiamo bene come prendere, da che parte girare per farlo funzionare bene. Come un bambino davanti ad un giocattolo nuovo di cui deve capire bene il meccanismo.

Arriviamo a Milano e i palazzi sono ancora più alti. Milano è proprio bella, è raffinata e sottile, imbrigliata e sofisticata. Va di fretta, ma si muove bene. Io agli incroci non so dove mettermi, alle svolte non so dove girare. E’ che gli incroci sono immensi, le fermate a tre corsie, i semafori messi male. C’e’ pure il tram ma io lo chiamo autobus perchè da noi c’è solo l’autobus, e anche se il tram l’hanno rimesso da poco resta sempre un’entità un po’ astratta, che ti stupisci quasi di vedere. Qui invece in città ci sono il tram, gli autobus ed anche la metro e le macchine che circolano nella stessa carreggiata del tram, con le ruote che slittano sulle rotaie e rendono questo venerdì sera ancora più surreale.

“Giù abbiamo le buche qui le rotaie, fatto sta che la macchina la rovini lo stesso”

Ai semafori ridiamo come due sceme. Non sappiamo nulla di questa città. Le strisce per posteggiare sono gialle ma non riservate agli invalidi, quelle bianche quasi inesistenti e i marciapiedi strapieni di macchine. Insomma devi rispettare le regole ma per il parcheggio fai un po’ come cazzo ti pare. Finiamo in zone residenziali, con attici meravigliosi che possiamo solo ammirare, poi in vicoli stretti pieni di locali, dove la vita esce vestita in pellicce griffate e tacchi a spillo, copricapo svolazzanti e cappelli strampalati. Questa é Milano. Cosi immensa che non la riesci ad acchiappare, cosi veloce che non la riesci a prendere, così viva che richiede sempre 20 anni, e un cocktail in mano per fare scena. Perché qui è un po’ tutto per fare scena. I locali, i vestiti, quello che fai, cosa scegli. Tutto pur di apparire integrati e fighi. Tanta apparenza, tante strade e tanti incroci; Milano frenetica e spasmodica, eccentrica e totalizzante, grande, immensa e sola. Perché se non hai un amico con cui parlare, milano ti prende e ti butta via. E nell’infinito delle sue possibilità finisci che non sai cosa fare, non sai con chi parlare. Milano è forma in movimento, sciccheria, piume al vento. Ma la sostanza la devi mettere tu.

Dopo mezz’ora di girare a vuoto lascio la macchina nel primo parcheggio libero. Non sappiamo neanche bene dove siamo, ci guardiamo intorno, ridiamo, poi una fermata di autobus ci indica la via. Il Duomo e’a tre fermate, arriviamo e prendiamo un amaro in un pub vicino. Le persone bevono fuori, mi chiedo come facciano con questo freddo. Dicono ci sono i caloriferi, io dico che il freddo lo senti lo stesso. Parliamo del futuro, delle ambizioni e di cosa fare. Abbiamo più di trenta anni e siamo ancora pronti a ricominciare. In strade sconosciute, mondi diversi, abitudini alterate, cieli cangianti.

Che milano è così viva e bella che ti conquista all’ istante, ti mangia con lo sguardo, ti ammalia con le sue luci, con la sua frenesia, la sua ambizione. Lo so.

Ma la sostanza sta nel mondo che ti appartiene, quello difficile, quello complicato, quello senza futuro ma con il cielo che sa di cielo, quello grasso e panciuto, che tutti si sono pappati. Quello con l’odore del pane buono e le domeniche al mare, quello delle strade scassate che conosci da una vita. Quello che quando ci cammini sopra respiri te stesso. Quello ad una solo corsia, che se porta a casa di strada ne basta solo una.

Oltre tutto

Palermo in questa domenica di sole bacia tutti, e ci veste d’estate.
Il sole accompagna il mio viaggio in moto verso il messinese. Mi avvolge, mi scalda i pensieri e il corpo. La strada scorre lunga, piena di tornanti, bella come la terra che senti appartenerti, affascinante, come qualcuno quando capisci che ti piace, infinita, come il mare alla mia sinistra che con le onde sembra adagiarsi al mio ritmo, alla mia velocità. Mi sta accanto, non mi molla un attimo.

Il mare che qui c’è sempre, ovunque ti giri.
Il mare che è sempre meta, che è sempre viaggio, sogno, sguardo. Il mare sulla costa con lingue di terra che si spingono verso di lui quasi a volerci entrare dentro. Il mare che guardo dalla visiera della moto e che mi incanta sempre come se fosse la prima volta. Un eterno miracolo.
La moto scorre veloce, leggera, possiede le strade tra curve e allunghi, montandosi la testa, restando umile.
La sento al polso destro che ad ogni scatto risponde. La sento sui freni che si calma al comando. Siamo una cosa sola ormai; divoriamo chilometri assetati di strada, e con gli occhi e le ruote ci mangiamo tutto. Velocità, panorami, ansie, paranoie. Più stai in moto più vuoi andare. Smanetti di vita e libertà.
Poi l’imbrunire mischia tutto, oltre i colori. Nel cielo attorcigliato da nudi un rosso velato pennella l’orizzonte e gli pizzica un sorriso.
Scende la sera e si incasinano i pensieri. Il buio si fa sempre più denso, solo le luci della macchine illuminano la strada. Palermo è lontana e fa freddo, alla faccia di chi non ci crede.
Poi basta ripartire ed il viaggio verso la città diventa una conquista veloce. Al buio è tutto più eccitante; la temperatura saggia la tua resistenza, il buio il tuo coraggio. Acceleri e senti che sei oltre tutto.
E quando Palermo si mostra all’ orizzonte, baciata dalle sue stelle di luci arancioni, non puoi che sorridere. Davanti a te hai tutto quello che ti piace e che puoi conquistare. A colpi di gas e luci confuse. Nel buio misterioso della sera e nel tepore del sole di giorno. Con l’istinto azzardato di un’ accelerata profonda e gli occhi sempre vigili, che non si sa mai.

L'immagine può contenere: una o più persone, oceano e testo