Oltre tutto

Palermo in questa domenica di sole bacia tutti, e ci veste d’estate.
Il sole accompagna il mio viaggio in moto verso il messinese. Mi avvolge, mi scalda i pensieri e il corpo. La strada scorre lunga, piena di tornanti, bella come la terra che senti appartenerti, affascinante, come qualcuno quando capisci che ti piace, infinita, come il mare alla mia sinistra che con le onde sembra adagiarsi al mio ritmo, alla mia velocità. Mi sta accanto, non mi molla un attimo.

Il mare che qui c’è sempre, ovunque ti giri.
Il mare che è sempre meta, che è sempre viaggio, sogno, sguardo. Il mare sulla costa con lingue di terra che si spingono verso di lui quasi a volerci entrare dentro. Il mare che guardo dalla visiera della moto e che mi incanta sempre come se fosse la prima volta. Un eterno miracolo.
La moto scorre veloce, leggera, possiede le strade tra curve e allunghi, montandosi la testa, restando umile.
La sento al polso destro che ad ogni scatto risponde. La sento sui freni che si calma al comando. Siamo una cosa sola ormai; divoriamo chilometri assetati di strada, e con gli occhi e le ruote ci mangiamo tutto. Velocità, panorami, ansie, paranoie. Più stai in moto più vuoi andare. Smanetti di vita e libertà.
Poi l’imbrunire mischia tutto, oltre i colori. Nel cielo attorcigliato da nudi un rosso velato pennella l’orizzonte e gli pizzica un sorriso.
Scende la sera e si incasinano i pensieri. Il buio si fa sempre più denso, solo le luci della macchine illuminano la strada. Palermo è lontana e fa freddo, alla faccia di chi non ci crede.
Poi basta ripartire ed il viaggio verso la città diventa una conquista veloce. Al buio è tutto più eccitante; la temperatura saggia la tua resistenza, il buio il tuo coraggio. Acceleri e senti che sei oltre tutto.
E quando Palermo si mostra all’ orizzonte, baciata dalle sue stelle di luci arancioni, non puoi che sorridere. Davanti a te hai tutto quello che ti piace e che puoi conquistare. A colpi di gas e luci confuse. Nel buio misterioso della sera e nel tepore del sole di giorno. Con l’istinto azzardato di un’ accelerata profonda e gli occhi sempre vigili, che non si sa mai.

L'immagine può contenere: una o più persone, oceano e testo

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Il suono di Roma

Sono tre mesi e mezzo che vivo a Milano. Tre mesi che vedo palazzi immensi su un cielo che non si capisce perché sia sempre così incazzato. Tre mesi di grigio, e se c’è il sole si va al lago, altro che mare. Tre mesi con una temperatura diversa, con l’umidità che ti si attacca addosso senza pudore. Tre mesi per capire che lungo il naviglio hanno costruito una vita artificiosa che alla lunga finisce per sembrarti normale. Ed il buon umore del sole che scalda mesi di inverno riesce ad affascinare anche le strade strette e le piazze senza mare.

L’ultimo week end prima della scadenza del contratto c’è il pride a Roma, accetto l’ invito di una mia cara amica e decido di andare. Mi alzo prima dell’ orario in cui la mattina mi sveglio per andare al lavoro, mi faccio 3 ore di bus e alle 10 sono a Firenze. Tempo di perdere tempo e dopo un paio d’ ore, pieni di collane colorate e pennarelli con cui imbrattarci, partiamo per la capitale. Il viaggio è lunghissimo. C’è il sole, poi la pioggia,poi le nuvole; mi sembra di viaggiare da giorni. Ci fermiamo solo per mangiare; divoriamo carboidrati coscienti delle energie che sprecheremo. Roma arriva dopo ore di accelerate violente, sorpassi continui con il cuore in gola e piede fisso sull’ acceleratore. Arriviamo, parcheggiano all’ istante nello stupore generale e poco dopo siamo già al corteo che è un fiume infinito di gente e sfido chiunque a negare tutto questo. Negarlo sarebbe negare la vita stessa di 500.000 persone. Le dichiarazioni di uno contro l’ arcobaleno di balli, sorrisi, bambini, tamburi, musiche, colori, baci e amore a cui hanno dato vita 500.000 persone. C era tutta l’ Italia e oltre a Roma ieri. Abbiamo attraversato le vie della città spinti dalle musiche, dai balli, contro l’odio e contro chiunque si permetta di negare ciò che esiste da quando esiste la stessa umanità. Perché se c’è una cosa che va negata è solo l’odio e la violenza. L’amore è amore, da sempre e per sempre.

La sera si adagia lenta su un letto di splendore e meraviglia. Questo cielo rossastro cade tra bandiere arcobaleno che sventolano sul Vittoriano e sembra una piccola storia che si compie su una grande storia che riecheggia di eterno. Passeggiamo e ci meravigliamo di tanta bellezza, del cielo stellato, delle strade ampie, delle persone cosi felici, della temperatura così lieve. Perché in questo istante di vita, con addosso ancora corone di fiori arcobaleno, tutti sudati e con la stanchezza che sa di giusto, la vita sembra davvero bellissima ed i motivi per viverla ci sono tutti. Dopo mesi di grigiore sento di respirare. A Trastevere mangiamo in abbondanza, giriamo per le vie strapiene di gente, di bancarelle e artisti di strada.

Se c’ è un suono che può racchiudere il rumore che fa Roma stasera è quello delle note di un violino nelle mani di un’ artista di strada che irradia quel pizzico di magia che sospende il tempo cristallizzando i momenti

 

Torniamo che siamo mezzi morti, ci aspettano 250 kilometri. Penso che non ce la farò mai, penso che accostero’ in una piazzola e aspetterò l’alba. Invece il viaggio è veloce, l’autostrada scivola via e i chilometri scorrono via senza neanche sentirli. La mia amica mi parla e ricordiamo di tutto. Eventi assurdi che solo noi possiamo capire, solo noi che li abbiamo vissuti, solo noi che eravamo i protagonisti, solo noi che siamo ancora qui nonostante tanti anni, nonostante tanti eventi, che per fortuna il bene si trasforma e vince su tutto. Ridiamo fino alle lacrime, soffriamo un freddo anomalo in una stazione sperduta di non so quale regione per fare benzina e ripartiamo. Giungiamo a Firenze a notte inoltrata e finalmente dormiamo il sonno di una giornata vissuta, voluta e conquistata con l’orgoglio di aver impresso anche oggi un tassello bellissimo alla storia del nostro io.

Carvenale di Sciacca

Finalmente arriva il momento in cui tutto è possibile. Arriva a febbraio, tra cocci di neve e spicchi di mandorli in fiore. Quando il freddo è freddo davvero, con l’aria che buca la pelle ed il gelo che si attacca addosso. Oggi il cielo è ancora grigio e piove. Noi questo ultimo sabato di carnevale lo aspettiamo da giorni, anni, da quando alle maschere che non conosci hai iniziato a sorridere e tutto ti è sembrato più facile. Quando ti sei buttata nella mischia di coriandoli impazziti ed hai ballato anche tu sotto il cielo nero di una città in festa, senza capirci più nulla.

Ed è così che è stato amore. Amore verso la città sicula che ti accoglie, amore per i colori, per i sorrisi, per le musiche, le danze, amore addirittura per la confusione, per la mischia, per la folla, amore che ti trascina, che non ti fa capire nulla, amore che va oltre tutto quello che non ti aspetti e coglie l’essenza esatta delle cose quando ti riscopri a sorridere senza alcun perché. Quando riassapori l’allegria che ti fa sentire stupido, quella che parte dal fondo dello stomaco e trascina via tutto, e la realtà cambia e i colori sono più colori e il bello è più bello e tutto è finalmente senza più nessun perché. Perché, improvvisamente, ciò che conta è il sorriso, questa curva quasi dimenticata dell’universo.

Sorridere davanti al grigiore che sveglia Palermo la mattina che dobbiamo partire è dura. Siamo quattro ragazze e una 500 bianca posteggiata male ci aspetta. Facciamo tardi già dall’ inizio, perdiamo tempo con troppi caffè, troppi bagagli, troppa spesa. Saliamo a casa e mangiamo un panino. All’ingresso vedo lo zaino di un ragazzo che deve trasferirsi da Palermo a Bologna. Lui porta con sè solo una sacca ed un paio di infradito, noi due trolley e una montagna infinita di sacchetti pieni di roba da mangiare e da bere. Lui cambia città, noi partiamo solo una notte. L’orario previsto per l’arrivo diventa l’orario di partenza e, per una volta, davvero, non fa nulla.

La strada è lunga ed a tratti ricorda paesaggi toscani. Ci sono abitazioni deserte e viali con cipressi che viene voglia di fermarsi e restare. Ci sono casolari abbandonati, colline accarezzate dal sole e lunghe corsie senza limiti di velocità. Mi manca la moto e la canzone di Carboni che invoca il mare mi azzanna la malinconia. Abbiamo prenotato una notte in una villa a Porto Palo, proprio vicino Sciacca. Dopo Menfi, a pochi chilometri dall’ arrivo, notiamo una villa al centro di una collinetta rialzata ed è subito trionfo. Pensiamo che siamo arrivati, pensiamo di aver trovato il posto giusto, il lusso a portata di click a basso costo. Immaginiamo di ubriacarci in questa villetta strepitosa e di mandare a fanculo tutto il resto. Ma il navigatore ci dice di andare avanti. La nostra villa proprio una villa non è. È una casetta di campagna con il giardino ma senza fiori, soggiorono con divano e senza condizionatore, due camere da letto, una con un letto matrimoniale e l’altra con due lettini separati e asimmetrici. C’è una stufa che funziona e nell’ imbarazzo generale facciamo l’unica cosa possibile: apriamo il vino.

Dopo un po’ la casa è già più accogliente, io mi sono tolta la felpa e un gioco che non sappiamo fare ci fa bere quanto basta. Ci dilunghiamo in discorsi ambigui, con strascichi di passato su un presente diverso e penso che tutto ciò abbia poco senso. L’unica cosa che ha senso è questo presente e allora basta, andiamo via, andiamo a Sciacca che è di nuovo tardi.

In macchina partono canzoni come inni nazionali, Mannarino canta le nostre stesse esistenze. Beviamo a noi stesse, a questo sabato sera che scola via sotto un cielo stellato che quasi abbaglia. Beviamo a quello che ancora non abbiamo, alle speranze più forti della rassegnazione, ai sogni che vincono gli anni e restano ancora lì, al vino che solo lui ci può salvare. Le parole di Mannarino ci entrano nelle viscere e noi le urliamo al cielo insieme alla nostra illusione tradita.

Un posto di blocco spegne tutta la baldoria, se ci fermano è un casino. Io guido, Laura accanto a me tiene la bottiglia e Rosy e Carla, dietro, vestite da giraffe, continuano a cantare. Cerchiamo soluzioni improvvise, possibili deviazioni stradali. Ma la strada per Sciacca ci obbliga a passare lì davanti. Mi dicono che l’odore di vino si sente anche se non respiriamo e allora sfidiamo la sorte passiamo davanti il posto di blocco con le facce più serie che abbiamo. La sorte ci assiste perché in quel momento i carabinieri sono impegnati con un’altra macchina e noi riusciamo a passare senza problemi. Che è la serata giusta si capisce da lì. A Sciacca ci meravigliamo di trovare immediatamente posteggio. Ci rendiamo conto molto dopo che abbiamo attraversato mezza città per arrivare in centro.

Dopo la prima curva è subito festa. I carri sono immensi e pieni di colori, ci buttiamo nella mischia con l’euforia di un bambino al luna park. La folla è davvero un fiume in piena, ti trascina e ti obbliga a seguire il suo percorso. Ai balconi la gente saluta e tutti hanno addosso un travestimento, seppur piccolo. I bambini sono vestiti a puntino, gli adulti indossano una maschera o un cappello. Quando riusciamo ad entrare nelle mura del centro siamo piene di vino e coriandoli, con una fame che divora tutto. Ci fermiamo in mille bancarelle del centro che propongono tutte lo stesso menù: panino con la salsiccia. Ma ovunque c’è troppa fila e noi non vogliamo aspettare. Andiamo avanti, sempre avanti e con la speranza di trovare il posto giusto attraversiamo vicoli e strade in festa, piene di gente, di coriandoli, di musiche allegoriche. Dopo mezz’ora siamo dall’altra parte della città e non possiamo più aspettare. Facciamo la fila e divoriamo due panini a testa. Non siamo sazi ma quantomeno pronti per ricominciare. Riscendiamo verso le mura alla ricerca dei carri che stanno sfilando dalla parte esterna della città. Tutte le strade sono invase da persone che cantano e ballano, i locali sono tutti aperti e trasmettono in continuazione le musiche dei carri. Tutti sorridono e davvero il vino fa miracoli. La sfilata con i carri, otto in tutto, è un fiume immenso di gente. Famiglie, ragazzi, bambini tutti accartocciati; il vicolo in cui ci fermiamo è adiacente ad una casa con la scala fuori e un bel piazzale davanti. È un locale ed è strapieno. Ballano dentro e ballano fuori. Tutti ballano ovunque ed è la stessa città a farsi locale. Abbasso gli occhi e vedo un garage con un cartello che dice festa privata, ma capisco che può entrare chiunque. La gente si sorride, sono tutti felici, aggrappati ai pilastri, ai muri, alle case, sui lampioni della luce. I carri camminano lentamente e trionfano nell’accoglienza generale. Ci immettiamo nel fiume di folla ma rischiamo di essere travolte. Allora ci fermiamo alle macchine dei giochi. Spariamo con il fucile, facciamo centro, sbagliamo. Tiriamo pugni al pungiball e abbiamo di nuovo fame. In piazza una postazione di dj fa ballare tantissimi ragazzi. Balliamo pure noi, balliamo e vediamo la gente ballare, mentre i carri enormi ci passano davanti e continuano la sfilata. Balliamo per ore senza mai fermarci. Balliamo mentre scoppia il diluvio, senza ombrelli, senza freddo, senza niente di niente…per un tempo infinito che sembra avere finalmente un senso. Il mediterraneo scuro davanti a noi ci osserva e ci vede felici. Siamo bagnanti, coperti con quello che abbiamo addosso, dai vestiti di carnevale, dai travestimenti improvvisati, dai cappelli con i conigli, dai cappucci delle giraffe. E non ci importa di sporcarci, non ci importa della febbre che potrebbe arrivare, della stanchezza che ci sarà, del trucco che potrebbe sbavare, delle parole in eccesso, delle risate fuori luogo. Ce ne importa solo di questo istante che scorre nelle nostre viscere più vivo che mai.

Alle 5 torniamo a casa. Dormiamo male su letti improvvisati, scomodi, non proprio puliti, ma dormiamo il sonno della stanchezza compiuta, del tempo conquistato.

L’indomani siamo un pò stralunati con addosso ancora coriandoli e echi di musiche allegoriche. Facciamo i conti di quanto abbiamo mangiato e bevuto, ci ridiamo su. Il viaggio di ritorno è accarezzato dal sole, gli occhiali proteggono le iridi ancora assonnate. Andiamo al mare di Porto Palo e respiriamo quello che ci aspetta tra qualche mese, quando la salsedine sulla pelle darà un senso a questi lunghi mesi di inverno.

Un autogrill rende giustizia a questa domenica, onorando le tradizioni tipiche siciliane. Ci sediamo e ordiniamo le lasagne, che per numero di strati facciamo fatica pure a contare. Non lasciamo nulla, divoriamo tutto. E quando la fame si prende tutto vuol dire che sei davvero felice. Insieme alle lasagne abbiamo divorato l’essenza della festa, prendendoci tutto come fosse una rivendicazione. Ogni sorriso, ogni goccia di pioggia, ogni sorso di vino, ogni nota di canzone.

Sciacca, questo piccolo centro del sud Sicilia, ogni anno ti ricorda come dovrebbe essere vissuta la vita: con tanti sorrisi, del buon vino ed un pizzico di ironia. E salsiccia, tanta salsiccia.

Ciao ciao Venezia.

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Rock riders

Come la fine dell’estate, quando la luce dei giorni trascorsi è coperta da un velo di malinconica tristezza. È così che mi sento stamattina. Un buco sordo ovatta i pensieri, con echi di sgasate violente e risate felici.
Rock Riders è stata una grandissima avventura rock on the road, firmata Virgin Radio e Yamaha. Leggo del concorso, invio un selfie fatto “a babbio” sulla Palermo-Sciacca. Mi chiamano, mi dicono che ho vinto, mi dicono di partire; accetto senza capirci quasi niente. L’adrenalina è alle stelle e nella frenesia di partire io e Laura prenotiamo un volo di andata per Milano che passa da Zurigo. Il caffè ci costa 5 euro in un silenzio angoscioso che in Sicilia non trovi neanche ai cimiteri. Ci sentiamo fuori luogo e più disadattate che mai. Arriviamo a Milano sentendoci a casa, chi l’avrebbe mai detto.
L’appuntamento è presso la sede di Virgin Radio. Qui ci riempiono di gadgets, spiegandoci i dettagli del programma. Poi Simona ci scorta nei meandri del mondo radiofonico, mostrandoci una realtà che di solito non vedi, ma senti. Ora invece vediamo le postazioni dei dj e scopriamo che dietro le voci delle radio ci sono palazzi e dentro i palazzi le vetrate, i corridoi e le stanze con microfoni e pc che lanciano segnali luminosi. Scopriamo che la voce non è solo voce, ma dietro il suono c’è un mondo vibrante di luoghi e colori. Dopo il tour in radio andiamo a fare aperitivo. Ridiamo come se ci conoscessimo da sempre ed invece sappiamo a stento i nomi. Stiamo gia’ bene prima della vodka-lemon e lì capisco che è un gruppo pazzesco. Quando prima dell’alcool stai già ridendo stai certo che andrà bene.

Io e Laura passiamo la serata ai navigli, beviamo e mangiamo un po’ troppo. Milano si lascia vivere; ci sono connubi di etnie diverse e abbinamenti strani. In questo mi ricorda un po’ Palermo, che mischia sacro e profano insieme. A Milano tutto sembra avvolto da più fascino. Sara’ il clima mite, il foulard leggero intorno al collo, la camicia sbottonata, ma stasera Milano è una donna che ti ammalia indossando quello che ti piace. Ed io le dico di sì.

Il mattino seguente partiamo. Prima di andare sento il battito a mille e l’ansia bucarmi le vene. La moto è potente, il viaggio lungo, l’attesa insopportabile. Fumo troppe sigarette…poi l’accendo. Il primo colpo di gas mi scuote pure l’anima. Inizio a sentirla, la tratto con dolcezza, placando suoi ruggiti. La accarezzo, verrà il tuo momento penso. Un’Harley bianca ci indica il cammino e la jeep di Virgin Radio chiude il gruppo. Noi ci godiamo il viaggio su questi meravigliosi mostri a due ruote. Sulla cisa l’aria muta d’impatto ed inizio a sentire freddo. Il freddo in Sicilia lo senti addosso, ma lo tolleri bene. Qui invece punge violento, si attacca alle ossa. Mi entra dentro nonostante il giubbotto, ma questo brivido gelato mi piace. La moto è moto perché senti tutto, perché diventi parte di ciò che vedi, senza filtri tra te ed il mondo. Entri nelle curve e nel paesaggio cogliendo ogni odore, temperatura, vento, pioggia, sole. Prendi tutto e sei felice lo stesso. Il verde della Toscana mi meraviglia gli occhi, ci sono fiumi sconosciuti, boschi folti, colline immense. Del giallo dei campi di grano qui neanche l’ombra. L’arrivo in Versilia è solo una conferma. Lì e’ tutto come sempre, eternamente bello. La sera siamo 60.000 al concerto dei Rolling Stones; numeri che ti fanno capire che sei dentro la storia. Il Rock quando c’è lo senti. E quella sera era ovunque, in ogni nota, in ogni gesto, in ogni assolo.

Al ritorno becchiamo la pioggia e ci perdiamo. Sbagliamo uscita, sbagliamo strada, sbagliamo paese, sbagliamo tutto. Inizia a piovere e siamo senza protezioni. Guido con l’ansia nel corpo e la voglia di amaro in gola. Quando arriviamo nella hall troviamo Simona e tutti gli altri che ci aspettano. Manca Nicola, si è perso pure lui. Torna fradicio di pioggia e si siede insieme a noi. È tardi, è notte, fuori la versilia fa festa, ma noi abbiamo fame di dettagli di strada e pioggia. Ci raccontiamo l’avventura del perdersi e ritrovarsi, l’angoscia di sbagliare strada, di beccare la pioggia, del cielo che da amico diventa minaccioso, dei lampi di ansia, dei tuoni di paura, di quando ti perdi e non sai che fare, di quando ti ritrovi e hai solo voglia di bere e parlare. Buttiamo giù strada e alcool, eccitati da eventi che non potremo piu’ dimenticare. La notte scende leggera ma la strada mi scorre ancora tra i pensieri.

L’indomani mi sveglio che ho solo voglia di guidare, guardo la chiave della moto sul comodino e sorrido. A colazione mischio di tutto, dolce e salato insieme. Siamo carichi di carboidrati quanto basta per arrivare a Milano. Il cielo è cupo, la pioggia scende leggera, ma non fa piu’ paura. Ora siamo riparati da strati di maglioni e k-way e il freddo non riesce a passare. Il ritorno è a ritmo di gas. Ci divertiamo superandoci a vicenda, salutandoci con lo sguardo, con accorci per stirate improvvise e violente. Vogliamo sentire tutta la potenza del motore che ci accompagna, sorpassando macchine, cambiando corsie, tagliando curve un po’ troppo velocemente. La moto è buona e risponde asattamente ad ogni impulso. Ti da’ quello che vuoi, non capita spesso nella vita.

L’arrivo a Milano è baciato dal sole tenue del primo pomeriggio. Le ultime foto tradiscono l’amarezza di qualcosa che sta per finire, spegnere la moto e consegnare la chiave è davvero dura. Milano continua ad inondarci di suoni, ma percepiamo solo rombi di motori e frequenze di Virgin Radio. La sera scende sulla città velata di malinconia. Non si scrolla di dosso neanche dopo la doccia.

Torno a sorridere in Sicilia, riaccendendo il mio bicilindrico con cui azzanno le strade di Palermo ogni mattina. Torno a sorridere leggendo i messaggi, vedendo le foto, ricordando i momenti.

Radio e moto sono suono e quando il suono diventa passione ti si plasma addosso e non si stacca più. Come questo viaggio, che non potremmo mai più dimenticare.

Grazie di vero cuore. Anna.

Palermo Pride

Questa prima domenica di luglio Palermo si sveglia piena di paillettes luccicanti, e sorride.

Si guarda dentro e si scopre più bella, se mai possibile. Le sue vene sono ancora colorate di arcobaleno, ha i capelli cotonati e mille residui di trucco tra gli occhi.

E’ assonnata e orgogliosa. E’ un orgoglio sfrontato che nasce dalla discriminazione e dalla paura. Da anni di silenzio, dai soprusi nascosti, dalle violenze taciute. È l orgoglio di chi non c’ è più e non può piu’ ballarlo. Sì, perché la parata che ieri ha attraversato la città è stata un ballo continuo, un continuo gioco pirotecnico. Uno spettacolo di suoni, musiche, colori, travestimenti, sorrisi. Un omaggio alla gioia di esistere. Ci sono i transessuali e le famiglie arcobaleno, ci sono sono le persone affacciate ai balconi che salutano. C’è il carro che si ferma alla Vucciria e che saluta. Un solletico al cuore. 

Ci sono un numero indefinito di sorrisi, di canzoni e una sorta di esplosione di felicità nell’anima. I carri sfilano per tutto il centro ed è davvero un’onda inarrestabile. Tutti saltano sorridendo alla vita e al cielo, vedo occhi lucidi, commossi da sorrisi e baci che non hanno piu’ paura. 

Alle poste di Via Roma dicono che siamo in 50.000 e “ridefinition” scandisce la potenza dell’esistere. Tutti cantano e ballano e di leggero c è solo questo cielo azzurro che ci guarda. Il resto è solo legittimazione. 

LOVE IS LOVE si legge un po’ ovunque. Ed è cosi ovvio che verrebbe da chiedersi perché ci sono volute tante battaglie perché l’amore fosse solo amore.

Palermo è orgogliosa e luccicante. Ancora più bella, se mai possibile. La chiamano onda perché lo spirito del pride attraversa ogni città e non si ferma mai, inarrestabile. Lascia scie di lucciole e palloncini colorati qualche piuma di voilà e pizzico di rimpianto per tutto il tempo perso. 

Il pride a Palermo è meraviglia da vivere, ancora. Alla prossima. 

Domeniche di cielo arruffato

Spiegami il senso delle domeniche senza di te, dei risvegli senza il tuo viso, delle notti senza il tuo corpo. Senza ore da organizzare, cibo da preparare, del letto da rifare. E la camera invasa da un caos informe e sorrisi svolazzanti e baci improvvisi. Ora che è tutto fermo ed anche il cielo arruffato chiede di te, si sveglia a malavoglia con una luce che non convince. 

Ti aspetterò sbuffando, con le ore lente a farmi compagnia. Poi la sera ti stringero’ troppo forte e lo sguardo inarcato ti imbrocera’ il volto. Ti dirò di riprenderti i i respiri, i pensieri accartociati, le ore vuote del tempo sospeso in attesa di te. 

Ti dirò di stare qui, ferma in un semaforo che ti abbaglia gli occhi, a riaccendere il cielo. 

Giorno e sera

Esiste il caos impazzito del giorno, la frenesia di quando tutto è solo caldo e fretta spasmodica, e poi esiste l’incanto della prima sera, di quando il vento sulla pelle freddo più non fa, del porto denso di luci e pensieri sconclusionati. 

Esiste una Palermo di giorno, con troppi fumi di traffico impazzito tra i capelli, e una Palermo di sera, quella di inizio primavera che già è estate, con nuovi colori e malinconiche armonie che non ti aspettavi. 

E poi esiste la notte, la strada vuota, la marcia giusta, e tu. Esisti solo tu.