Le domeniche di maggio in Sicilia sono proprio come te le aspetti. Il sole rivendica spazio nell’etere e il cielo azzurro si impone violento. Le domeniche di maggio l’aria è tenera e non ci sono spifferi di vento freddo che si insinuano in spiragli di camicie tristi e scure. E lo capisci all’alba, alzando gli occhi al cielo, che è ora di andare. 

La moto è pronta e brama nuove curve da tagliare. Guardiamo la cartina e decidiamo di andare ad est, verso un fiume incastrato tra le montagne del Parco delle Madonie; giù, fino in fondo, alle gole di Tiberio. 

L’autostrada è libera e il sole addosso non ci molla un attimo. Poi un guizzo di genio le sveglia i pensieri; lasciamo l’autostrada e decidiamo di prendere la statale che costeggia il mare.

E’ la svolta. Il mare è alla nostra sinistra, immenso e di un blu che non si trova e l incastro con il celeste del cielo spezza il respiro. Passiamo da Cefalù e il paese di case sembra tuffarsi nel mare. Anche la montagna sembra ammirare tutto dall’ alto, ci copre e ci fa compagnia. Il blu si perde nel cielo, nel mare e nei suoi occhi pieni di meraviglia. Guido su una strada che sembra messa li’ per il set di qualche film, con un filo di terra che si dilunga e il mare che la bacia spingendosi ancora dentro, come se volesse entrare. Invece ci entriamo noi in queste curve nuove, sconosciute, solitarie, con la sfrontatezza di un ventenne e la potenza di un motore che urla. Tagliamo curve, aria e pensieri in un paesaggio che potrebbe essere di un posto lontano in cui si va in vacanza d’estate, invece è qui, dentro casa nostra. Ci sono scorci di strade e paesaggi che sembrano immagini di cartoline. C’è un passaggio a livello, un treno che arriva, un fiore che cade. Un’insegna distorta ed invecchiata, un bambino che ride. 

Un carrello indica dice Finale. Qui una terrazza sul mare ci strappa un caffè. Finale è un borgo piccolo e vuoto, sarà che è domenica e sono tutti al mare. Un ragazzo si avvicina, ci scruta, ci guarda. Il suo sguardo stupito mi fa sorridere, dice che non è usuale qui vedere due ragazze in moto ed un pizzico di orgoglio mi sale nel petto. Ci offre il caffè e non ci prova. Gia’ questo mi rende felice. 

Lasciamo la strada sul mare per salire verso la montagna. Il viale si assottiglia e il panorama muta d’impatto. Il mare è dietro di noi e davanti abbiamo montagne e sentieri. Penso che quello che vedo mi piace, ma non troppo. Siamo fatte di mare e sale sulla pelle e quest’ombra che mi copre il cammino a tratti mi infastidisce. 

Le gole di Tiberio sono incastonate tra le montagne delle Madonie. Bisogna scendere giù a valle. E duna, fedele compagna di viaggio, la lasciamo in una piccola stradina accanto un’abitazione di altri tempi, dove vive un’anziana signora che ci rassicura e ci fa sentire a casa. Abbiamo fame di pasta al forno, quella fame che ti viene a casa di mamma, quando sai che tutto sarà buono e assai. Quella fame di scampagnate con vino e carne arrostita male, che la mangi lo stesso e ti sembra squisita e il vino che ti sporca e le mani tutte piene di terra e carbone. Abbiamo fame ma mangiamo solo creakers integrali. Non abbiamo tempo. Scendiamo lungo le gole e si’, sono belle. Anche l’escursione è molto interessante. Dopo venti minuti siamo già abbondantemente annoiate e questo ambiente fluviale di montagne e corsi d’acqua sento che non ci appartiene del tutto. Ma ora sappiamo che in Sicilia abbiamo anche questo. Bene, per il resto della vita possiamo stare sereni.

Torniamo a prendere duna, è ora di andare. Il viaggio di ritorno è una lunga sfrecciata verso la città. Il sole inizia a scendere e il freddo della sera a sentirsi addosso. Corriamo contro il tempo, cercando ancora sole, pregandolo di aspettare. Palermo ci accoglie con un tramonto di luci e ombre sulla città. Dal cielo si calano linee di rosa e azzurro, velate, malinoniche, come solo il far della sera pronto ad esplodere può essere. Ed in quest’attimo di sospensione immoliamo i nostri sguardi e quello che vediamo non è solo tramonto, non sono solo colori, non è solo paesaggio. In quest’incanto di tempo sospeso ci siamo noi e il nostro più intimo senso di appartenenza. Di quando ciò che ti circonda è davvero ciò che sei. 

Spengo duna nel silenzio della sera. La sento che vibra ancora di dediderio perche’ la voglia di andare quella no, non si spegne mai. 

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